LA QUADRERIA DI GIOACCHINO ROSSINI. Il ritorno della Collezione Hercolani a Bologna

Quando

Dal 24 novembre 2002
al 23 febbraio 2003

Dove

Bologna, Palazzo di Re Enzo e del Podestà

La mostra

Organizzata da: Comune di Bologna, Assessorato alla Cultura
Curatore: Daniele Benati e Massimo Medica
Produzione e organizzazione: Anonima Talenti

La mostra è dedicata alla collezione dei dipinti antichi di Gioacchino Rossini, ora conservati nella Pinacoteca Civica di Pesaro, sua città natale.
Per la verità il grande musicista non vide mai questi quadri nella propria casa; ma doveva conoscerli bene allorché erano conservati, insieme a tanti altri capolavori, sulle pareti del palazzo del principe Astorre Hercolani, in Strada Maggiore. Questi era stato suo carissimo amico, al punto che, trovandosi in cattive acque, non aveva esitato a chiedergli un ingente prestito in denaro che il maestro, generoso come sempre, gli aveva accordato lasciandogli pro tempore quanto aveva ricavato dalla sua villa di Castenaso e da altri immobili, venduti al momento di trasferirsi a Parigi. Allorché nel 1868 Rossini fu in punto di morte, i suoi legali si erano recati a Bologna e avevano preteso dal principe la restituzione del prestito, che egli si era visto costretto ad onorare ipotecando parte della collezione di famiglia. Fu quindi per questo motivo che nel 1883, in seguito ad alcune cause giudiziarie, il comune di Pesaro, destinatario ultimo dell’eredità Rossini, venne in possesso di ben trentotto dipinti, collocati dapprima in Municipio e poi in Pinacoteca.
Il provvisorio rientro dei dipinti a Bologna consente di ammirare una rilevante tranche dell’antica collezione Hercolani che, forte di dirette acquisizioni e di ampliamenti per via ereditaria, era certo, sui primi dell’800 allorché ad esempio Pompeo Bassani la illustrò nella propria guida della città, la più ricca e importante della città, ammirata da studiosi e illustri viaggiatori: vi erano confluiti infatti, tra l’altro, numerosi dipinti delle collezioni bolognesi Malvezzi e Bianchetti e da quella Lanci di Roma. Vi si trovavano quadri attribuiti a Tiziano, a Raffaello, ai Carracci, al Domenichino e a Guido Reni, che, in seguito alle successive vicende famigliari, fanno in taluni casi bella mostra di sé sulle pareti di alcune delle più importanti istituzioni museali italiane e straniere.
Quanto al nucleo pervenuto a Pesaro, già studiato in occasione di una mostra tenutavi nel 1992, gli esperti preposti alla scelta avevano operato con grande discernimento e i quadri ora esposti a Bologna documentano assai bene l’entità della collezione Hercolani nei suoi svariati interessi.
Bologna vi fa ovviamente la parte del leone, con quadri che vanno dai primordi della sua scuola fino al XVIII secolo: tra i primi s’impongono il prezioso Sant’Ambrogio su tavola di Vitale da Bologna, una rara tela con l’Incoronazione della Vergine di Simone dei Crocifissi e altre tavolette di Michele di Matteo e del quattrocentesco Giovan Francesco da Rimini. Il Seicento, il secolo d’oro della pittura bolognese, è rappresentato da una strepitosa Caduta dei giganti di Guido Reni e da opere di Francesco Albani, Vincenzo Spisanelli, Giovan Francesco Gessi, Elisabetta Sirani e Carlo Cignani. Si arriva così al Settecento con dipinti di Giuseppe Maria Crespi e una bellissima scena di Mercato di Aureliano Milani.
Tra le altre scuole grandeggia ovviamente Venezia, con due tavole di Giovanni Bellini e un gruppo di severi ritratti di Jacopo Tintoretto; ma c’è posto anche per il milanese Daniele Crespi, al quale viene ora restituito un intrigante Ritratto di vecchio; ed è poi un’Adorazione del Bambino del senese Domenico Beccafumi la perla forse più preziosa dell’intera raccolta.
La mostra, curata da Daniele Benati e Massimo Medica, ha fornito altresì l’occasione per approfondire lo studio delle opere non solo in relazione alla loro corretta attribuzione ma anche alla loro provenienza: è noto come le quadrerie sei-settecentesche si fossero arricchite grazie alle opere di cui le chiese si erano disfatte perché non più confacenti al culto e come questo fenomeno si fosse acuito in seguito alle soppressioni degli enti ecclesiastici decretate in epoca napoleonica. Alla collezione Hercolani erano così pervenuti dipinti un tempo sugli altari delle chiese bolognesi, talora ridotti in frammenti, come è stato per la tavola con Due santi di Michele di Matteo, parte di un più vasto complesso forse già in San Domenico, o per la Cena miracolosa di San Domenico, parte della predella del polittico eseguito da Giovan Francesco da Rimini nel 1459 per l’altare Pepoli in San Domenico. È poi un’ipotesi alla quale gli storici danno sempre maggior credito quella di identificare nel citato Sant’Ambrogio di Vitale la parte centrale di una pala posta in origine sull’altare della chiesa bolognese dedicata a questo santo, distrutta nel 1390 per lasciar posto alla basilica di San Petronio.

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